Perché la progettazione ambientale non esiste, ma esiste solo il buon progetto

Alle prese con alcune parole chiave di oggi. che farebbero arrabbiare pure Elenoire Ferruzzi

Questo articolo sull’estetica green è rimasto in sospeso per più di un anno. L’altra mattina, specchio e schiuma da barba, un amico al cellulare in vivavoce che condivide una storia d’amore tragicomica, ho un’illuminazione: parlare di estetica green non ha alcun senso, forse è addirittura controproducente per la tutela del Pianeta. Per questo non so cosa scrivere. Prendo appunti sul cellulare ancora con la schiuma da barba in faccia. L’amico parla da solo. Ho studiato con la professoressa Cristina Benedetti, la più autorevole studiosa italiana dei suoi tempi in materia di sostenibilità ambientale in architettura. Con trent’anni di anticipo rispetto al mercato e ai giornalisti, ha analizzato l’impatto delle costruzioni sull’ambiente e ha ricercato soluzioni, materiali e tecnologie per ridurlo: una vera pioniera della progettazione green. Si arrabbiava con le zeta, da scienziata elegante quale era non poteva dire che si incazzava, per l’uso della locuzione progettazione ambientale”. “Daniele”, sento ancora la sua voce, “la progettazione è progettazione, non ha bisogno di aggettivi che la qualifichino. Il rispetto dell’ambiente è una cultura, è l’assimilazione di valori e soluzioni che devono far parte della pratica quotidiana”.

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